J u r i j D r u ž n i k o v
LA SPIRALE DELLA MIA VITA
Il destino di un solitario sullo sfondo di una generazione
In che modo avrei vissuto e che cosa avrei scritto, tanto per cominciare? Avrei fatto tutto diversamente? Oppure non mi sarebbe venuta voglia di cambiare alcunché?
La mia biografia personale la conosco peggio della vita di Aleksandr Puškin, che ho descritto in un migliaio di pagine, peggio delle biografie di molti scrittori russi, inglesi, tedeschi, francesi e americani che popolano i miei studi letterari da più di mezzo secolo. Inoltre, scrivere di sé stessi prendendosi troppo sul serio non è serio, mentre scrivere in maniera non troppo seria su ciò a cui ho dedicato tutta la vita è assurdo. Viene la tentazione di scrivere una biografia alternativa: “Come sarei stato se…”. E invece scriverò quella vera, con tutte le sue assurdità.
Nella spirale della mia vita si possono identificare quattro avvitamenti tagliati a metà: due avvitamenti sono la metà russa, gli altri due quella americana, o più in generale di tutto il mondo.
Primo avvitamento,
ovvero la Gioiosa giovinezza riscaldata dai raggi della costituzione stalinista
Sono nato nel trentatreesimo anno dell’ormai scorso secolo a Mosca, nel quartiere di Zamoskvoreč’e. Si ritiene che molti dettagli sull’infanzia e sull’adolescenza di coloro che non sono Lev Tolstoj si possano per brevità tralasciare: questi dettagli non hanno quasi alcun rapporto con la letteratura. E mediamente per la mia generazione l’infanzia sovietica trascorreva nello stesso modo.
Non riesco a capire come in una stanza di otto metri quadri, un angolo della quale era occupato dalla stufa, trovassero spazio una famiglia e l’indispensabile donna di servizio Manja, che si coricava per terra tra i due letti dei bambini ed il divano dei genitori. Manja mi portava a passeggio per la Piazza Rossa, mi sussurrava: “Laggiù riposa nonno Lenin”. Ricordo lo spavento quando uno sbirro le apostrofò: “È proibito indicare col dito il mausoleo!” Un altro dettaglio ancora: non mi resta in mente nessun numero telefonico di adesso, non so a memoria il numero del telefonino che ho in tasca, ma ricordo il numero del corridoio di quell’appartamento in coabitazione nella Mosca degli anni Trenta: B1-93-46: me lo facevano ripetere, casomai mi perdessi.
A partire dall’età di quattro anni mi hanno insegnato a suonare il violino. Mi portavano in piazza Zubovskaja in un appartamento dove c’erano un gran numero di tappeti e mobili antichi. La madre del futuro direttore d’orchestra Kirill Kondrašin, secondo violino del Teatro Bol’šoj, mi “allenava la mano”. Che splendida prospettiva mi si apriva, e come odiavo il violino! A risolvere il problema ci pensò la Seconda Guerra Mondiale.
Nell’evacuazione ad Udmurtia (Votkinsk, Iževsk) imparai a scavare le patate, ad andare a cavallo e a portare i cavalli ad abbeverarsi, nonché a suonare il buben (sorta di tamburino) in un’istituzione che si chiamava “Casa per l’educazione artistica dei fanciulli”. Per tutta la guerra portavo con me Mark Twain sotto forma di Tom Sawyer e due edizioni belliche che erano giunte in provincia: “Il libro del giovane agente segreto” e “Come imparare rapidamente a guidare l’automobile”. Le esplorazioni le facevo nel bosco alla ricerca di bacche e, a causa della mancanza di una bussola, mi orientavo, come diceva il libro, grazie al muschio sugli alberi. Da automobile fungeva una sedia rotta a cui era stata aggiunta la ruota di una carrozzina per bambini.
Il ricordo più chiaro è la fame, quanto sognavo una pagnotta di pane nero che mi venisse data tutta per me da mangiare! Alcuni dettagli di quell’epoca in séguito rientrarono nel romanzo “Il passaporto per ieri”, nel violinista di San Francisco, ma considerare autobiografico questo romanzo scritto sul destino di tre generazioni significa semplificarne l’intero sistema della visione artistica della realtà circostante e della fantasia di uno scrittore a mero espediente letterario.
A partire dai dieci anni circa ho cominciato a riempire i quaderni di scuola, uno dopo l’altro, di poesie a imitazione di Lermontov. Perché proprio lui, tutt’ora non lo capisco. Ma non è stato comunque inutile, perché una volta cresciuto ho portato queste opere con me durante le scampagnate: su di esse era facile far prendere fuoco alla legna umida.
A Mosca tornammo nel ’45. La nostra casa era stata bombardata. Grazie ad una bustarella ci assegnarono un appartamento che non esisteva. Per quindici anni vivemmo occupando un cantuccio altrui. Portavo cenci rattoppati, il cappotto della nonna rivoltato, del quale mi vergognavo molto, ma un altro non ce l’avevo. Eppure misi le mani su una proprietà particolare: una macchina per scrivere tedesca Messerschmidt di prima della guerra con le lettere dell’alfabeto russo appiccicatevi sopra. Per un anno accantonai i soldi e la comprai, scassata, in un negozio dell’usato, l’accomodai da me e non me ne separai per metà della mia vita.
Chissà perché, mi piaceva studiare e lo facevo con ardore. Della prosa di Gogol’ ricordavo interi capitoli. Sapevo metà dell’Evgenij Onegin a memoria, me la cavavo bene in matematica e fisica. L’inglese l’imparai tramite la BBC: un mio compagno di classe mise insieme un ricevitore a onde corte e l’ascoltavamo per ore e ore. Dopo il liceo venni a sapere che quel bravo artigiano era stato arrestato per spionaggio: il suo vicino di casa gli aveva chiesto di fabbricargli un ricevitore per ascoltare la radio estera, ma si rivelò essere una spia. All’età di quindici anni circa decisi di leggere tutti i classici, soprattutto quelli occidentali. Leggevo senza posa e non singole opere, bensì intere raccolte, dal primo volume all’ultimo.
Di fare grandi viaggi non lo sognavo neppure, ma avevo sempre Jack London sotto al cuscino. Poteva passarmi per la mente che quarant’anni dopo mi sarebbe capitato di trascorrere una parte significativa della mia vita nella California del nord, non lontano dalla sua casa e dalla sua tomba a Glen Ellen? Fin dall’infanzia mi è rimasta in mente questa citazione da Jack London: “Meglio essere cenere che polvere. Meglio che la mia scintilla avvampi spegnendosi piuttosto che si spenga nel grigiore. Preferisco essere una meteora che divampa piuttosto che un pianeta eternamente dormiente. Il destino dell’uomo è di vivere, non di esistere. Non ho intenzione di sprecare i miei giorni al solo fine di prolungarli. Voglio cogliere il tempo che mi è stato concesso”.
Nel 1951, terminata la scuola, per poco non ricevetti una medaglia d’argento. Mi appiopparono una sufficienza in storia “per errori nel riassumere il ruolo del compagno Stalin nella Guerra Civile”. In tre istituti di istruzione superiore di Mosca non venni accettato, benché i voti negli esami d’ammissione fossero ottimi. Nel terzo il simpatico presidente della commissione in corridoio si lasciò sfuggire: “Non la prenderanno da nessuna parte, non ci speri”. Da un mio conoscente a Riga sentii che in quella città al dipartimento di russo dell’università erano a corto di personale. Vi andai e mi assunsero.
Era qualcosa di simile ad un dolce esilio. “Esilio volontario”, non si può esprimere meglio di come abbia fatto Puškin. Di esili ne ho avuti, proprio come lui, due, ed entrambi sono stati produttivi. A Riga, occupata ma che ancora respirava l’Occidente, conversavo in lettone. La sera arrotondavo lavorando in un teatro drammatico come attore di terza categoria, ovvero come comparsa. Potrei scrivere un racconto su quel periodo. Raccolsi un gran numero di libri rari. Giocavo a pallavolo nella nazionale studentesca della Lettonia e mi recai a Mosca per il campionato Pansovietico. Scrissi la mia prima opera di critica letteraria: “Puškin e Majakovskij: paralleli storici”. Ma la cosa che ricordo meglio è che tredici studenti vivevano nello studentato, in uno scantinato. Alle quattro del mattino il mio vicino tornava dalla casa della sua bella attraverso una finestra sopra alla mia testa e mi camminava sopra con gli stivali indosso per raggiungere il suo letto.
A tornare a Mosca dopo due anni e ad iscrivermi alla facoltà di storia e filologia mi aiutò, strano a dirsi, il falco staliniano Dmitrij Polikarpov, ex segretario dell’Unione degli Scrittori, nonché ex direttore del reparto cultura del Comitato Centrale. Dopo la morte del capo, Polikarpov venne rimosso da quegli incarichi ma, poiché faceva parte della nomenklatura, lo fecero direttore di un istituto di magistero, dell’ex Seconda Università di Mosca. Mi recai da lui durante la fredda estate del ’53. Mi sedetti in fila in attesa di essere ricevuto, compilai la mia domanda: per due anni a Riga mi ero disabituato, ma sono di Mosca.
Polikarpov, un uomo in salute e dai modi semplici dalla voce poderosa, diede uno sguardo alla mia domanda.
“Non le serve un posto nello studentato? C’è più allegria nel buttar giù la zuppa di cavoli in compagnia a casa…”
Non credevo alle mie orecchie, sarei tornato a Mosca. Gli strascichi scolastici della mancanza di lealtà, evidentemente, erano scomparsi assieme ai cambiamenti nel Paese. Polikarpov mi minacciò col dito:
“Dopo l’istituto la assegneremo in un luogo ad una certa distanza…”
Si grattò la nuca e scribacchiò di traverso sulla mia domanda: “Iscrivere al terzo anno”.
La compagnia si dimostrò produttiva: Vizbor, Kim, Koval’, Rjašencev, Jakuševa, molti altri di talento, canzoni, poesie, recite alternate alla pallavolo e alle scampagnate. Tuttavia, mancò poco che quello stesso Polikarpov non ci gettasse tutti per strada. Venne zitto zitto ad uno spettacolo satirico dilettante e qualcosa gli parve ideologicamente intollerabile.
Mi guadagnavo da vivere all’Archivio della Rivoluzione di Ottobre. Con trenta gradi sotto zero, congelato, dallo scantinato alle cupole della chiesa sulla Kadaši sgambettavo per le traballanti scale alla ricerca di vetuste cartelle che, spolverate dalla brina che le ricopriva, spingevo giù sulle scrivanie delle collaboratrici. Eravamo tutti vestiti come detenuti, con giacche ovattate con sopra vestaglie nere. Nell’atrio d’ingresso della chiesa stava in piedi una lunga fila di detenuti veri che uscivano dai campi. Ci imploravano di trovare per loro dei certificati sulla loro anzianità di servizio prima di essere arrestati. Con alcuni di loro ho familiarizzato e poi fatto amicizia, li ho aiutati a trascrivere i loro ricordi, facendoli uscire sotto forma di samizdat. Da allora fino ad oggi avverto un senso di colpa nei confronti di queste persone: loro erano in prigione e io no, loro scontavano la pena per tutti noi, per i nostri peccati comuni.
Continuavo a comporre poesie, era un periodo di esperimenti e di varie influenze: talvolta Blok, talvolta Majakovskij. Sotto la direzione della eminente puškinista Arusjak Gukasova venne scritta un’ingenua tesi di laurea, “Il ciclo degli anniversari liceali di Puškin” (il manoscritto con ogni probabilità è finito nell’immondizia, dove vengono gettate tutte le opere degli studenti). Ovviamente non conoscevo e non capivo Puškin. Per la precisione, lo capivo come me l’avevano insegnato e come era possibile leggerlo nella letteratura filtrata. Ciò che allora stupiva (e che allora ben presto mi inculcarono in un seminario) era il graduale incupimento, di anno in anno, dei versi del poeta. E infatti per questo lo criticavano aspramente: l’ottimismo di Puškin doveva crescere e rafforzarsi. Il verso “Ottobre ormai incombe…” all’epoca veniva interpretato come una previsione della rivoluzione.
Nello studio di Puškin è facile perdersi, si può pensare di rimanere uguali a sé stessi? Per dire qualcosa di mio, mi ci sono voluti decenni. I miei libri sull’infelice Puškin sono migrati in Occidente con me.
La totale assegnazione al lavoro dopo l’istituto di istruzione superiore fu, in sostanza, un secondo esilio, stavolta più cupo. Un mio conoscente, il direttore dell’istituto pedagogico di Bijsk, mi invitò ad insegnare letteratura russa presso di lui in Altaj. Non era la capitale, ma era attiva una disposizione caduta dall’alto per lavorare nella scuola media.
Anche adesso, in California, non dimentico che cosa significa “lontano da Mosca”. Nel deserto del Kazachstan, dove il vento incessante fa finire sempre la sabbia tra i denti, ho trascorso due anni (1955-57), ma nel Medio Evo, per quanto ci fosse la ferrovia. Era la stazione Saksaul’skaja, non lontano dal Mare di Aral: venti casette a due piani, un mucchietto di capanne di argilla ed un cimitero musulmano. Nella piccola stazione una vociante folla vestita di caffettani barattava cocomeri con carne di cammello non molto fresca. Tutti i dirigenti locali (della stazione, della polizia, della mensa) avevano tre mogli: ancora non so chi abbia sancito presso di loro questa norma, giacché la legge musulmana permette di averne quattro.
Alla scuola per i giovani lavoratori studiavano persone di varia età che lavoravano nella ferrovia: dagli scambisti ai macchinisti. Gli insegnanti non erano sufficienti, mi toccò di insegnare tutte le materie tranne chimica, fisica e matematica, e inoltre divenni direttore didattico. Intorno girava sospettoso un membro di zona del KGB che raccontava col suo accento le stesse barzellette che io stesso avevo raccontato a qualcuno la sera prima. Alla fine si tenne una rumorosa riunione e venni escluso dall’Unione dei Giovani Comunisti. La vera ragione è che al posto del direttore didattico inviato da fuori volevano nominare uno di loro e, sospetto, barattare attestati di maturità. Non rimaneva che scappare a Mosca. Insegnare mi piaceva, e da allora mi sento a mio agio a parlare dinanzi a qualsiasi pubblico.
Si è conservato un solo bell’esemplare di raccolta samizdat delle mie poesie, Undici scalini (Mosca, 1969): traduzioni di Shakespeare, Shelley, Blake, Rainis, che feci nel corso di lunghe serate, volgendo lo sguardo attraverso il latrato del vento verso la morta, spinosa, umida steppa all’orizzonte. Le altre poesie di quella raccolta riguardano i fatti della vita in Kazachstan, le tempeste, quando la sabbia ti entra nei denti persino nella tua stanza, dell’isola dei lebbrosi nel Mare di Aral e di un’epidemia di peste. In séguito, per caso, soltanto una poesia venne pubblicata. Per formare una raccolta di opere, per esempio, non mi è mai venuto il desiderio di estrapolare alcunché da essa.
Nella Mosca della fine degli anni Cinquanta la vita cambiò di colpo. Nabokov disse di essere nato in biblioteca. Posso osservare che io vivevo nelle biblioteche. Senza un angolino mio, senza un lavoro fisso, tre quarti del tempo lo trascorrevo nelle sale di lettura. Inoltre andavo a trovare amici, a raccogliere samizdat. Con tutto ciò non sono affatto un “figlio del XX congresso”, come ho letto da qualche parte. Per prima cosa non ero a Mosca, di politica potevo discorrere solamente coi cammelli. E in generale, lo stesso seminascosto congresso fu un fiacco parto dei cambiamenti che da lungo tempo venivano covati nella società malata, cambiamenti che avrebbero avuto luogo anche senza il congresso.
L’unica cosa che non perde valore col passare degli anni, a parte le pagine che ho letto, è ciò che rimane nella memoria sotto forma di conversazioni, profili di donne, colori delle nuvole e odore della muffa degli archivi: è esperienza. Andare a venticinque anni, avevo cambiato almeno una decina di mestieri: attore in un teatro drammatico, archivista, ero stato allenatore, insegnante, direttore didattico. Poi per sei anni (1957-63) avevo lavorato, sebbene non a lungo, come correttore, redattore letterario, avevo scritto una dissertazione sulla storia della pedagogia, ero stato corrispondente e fotografo quasi ovunque sull’intera cartina dell’URSS per varie pubblicazioni (da Izvestija e Sovetskaja Rossija a rivistelle come Rabotnica e Sem’ja i škola. In squallide stanze di albergo al fragore della bisboccia dall’altro lato della parete scrivevo e riscrivevo racconti. Non è stato pubblicato nulla.
Secondo avvitamento,
ovvero l’Approdo all’eresia
Esiste una lunga tradizione su come gli scrittori brucino calorie nel focolare del giornalismo. Twain, Kipling, Chesterton, Bulgakov e miriadi di altri sono passati (o sono fuggiti?) alla letteratura dopo aver impiegato non poche energie in articoli di quotidiano, talvolta su qualche sciocchezza, acquisendo l’abitudine a prendere la vita di petto e affilando la penna in maniera pratica (professionale). Gira e rigira, il giornalismo insegna a scrivere in maniera sintetica e, soprattutto, a tagliare senza rimorso non soltanto i testi altrui, ma anche i propri.
Il detto “scrivere in maniera tale che le parole siano fitte ma i pensieri ampi” suona bene, ma nell’arte giornalistica i pensieri non possono essere ampi. Il giornalista strozza la sua stessa canzone. Il giornale crea spazzatura per un giorno solo che tenta in ogni modo di inculcare in testa ai lettori. “Ho la sensazione” osservò Somerset Maugham, “che tutti i giornali siano scritti da una stessa persona”. Se questo lo diceva dell’Inghilterra, che dire della mia patria?
Inoltre c’è una qualità che il giornale non può non produrre in coloro che la scrivono: lo scetticismo, se vogliamo sconfinante nel cinismo. Un capitale prezioso che si accumula! Gli anni da giornalista, in particolare nella redazione del Moskovskij konsomolec (1963-71) non sono caduti nel nulla. Il giornale, perfettamente sovietico, benché con qualche stravaganza, si era arricchito di esperienza, di maestria tecnica e di amicizia. Ma scrivere è un po’ diverso, in un certo senso è esattamente l’opposto: in un caso ti basi sui fatti, qui sull’immaginazione.
Avevo trentacinque anni quando per un incredibile giro di carte del destino, nell’agosto del 1968, al vostro umile servo, che verso Occidente non era mai andato oltre Užgorod, per un’unica volta venne concesso di recarsi all’estero e, guarda un po’!, ciò coincise con l’ingresso delle truppe sovietiche in Cecoslovacchia. Coi miei occhi ho visto i carri armati schiacciare la Primavera di Praga. La vita interiore entrò in conflitto con quella esteriore a tal punto che non sarei tornato affatto, se non fosse stato per la mia famiglia.
Al ritorno ormai non potevo più fare ciò che facevo, guardavo me stesso con distacco, con gli occhi degli scrittori con cui avevo parlato in Polonia, Austria, Ungheria e Cecoslovacchia. Sulla scía di questi fatti cominciai a partorire il mio corposo romanzo Angeli sulla punta di uno spillo, che riguarda il dietro le quinte del giornalismo, la paura che si nutriva sotto Brežnev e Andropov che alla Primavera di Praga facesse séguito quella di Mosca. Nella soffocante Mosca, dove mentono i giornali, operano i censori, si diffondono i samizdat e mandano al fresco i dissidenti, appare un temerario diplomatico francese, il marchese de Custine, che 130 anni prima aveva scritto un libro, La Russia nel 1839. Questo profeta del destino dell’Impero Russo è armato di intelletto acuto e spada affilata.
La primavera moscovita del 1969 ancora non c’era stata. E il romanzo, scritto sulla scía e sulla base di eventi veri, tratta di quanto è tragico perdere le illusioni. Infatti, se fosse stato possibile respirare l’aria della libertà, l’Unione Sovietica sarebbe potuta crollare vent’anni prima, una generazione intera! I protagonisti di Angeli sulla punta di uno spillo sono vecchi giornalisti cinici e giovani conformisti, idioti membri del Politbjuro e funzionari degli argani statali, dalle spie ai generali del KGB, che si protendono verso il potere e, aggiungo, per l’ironia del destino hanno raggiunto il potere all’inizio del XXI secolo.
Allora, alla metà degli anni Settanta, una parte del manoscritto di Angeli sulla punta di uno spillo venne confiscata durante una perquisizione a casa di un amico. I microromanzi finirono nelle mani dei cechisti in séguito ad un’altra perquisizione. Per il momento il sistema si limitava a ringhiare digrignando i denti, ma non mordeva.
La vita, se non pensavo alla sostanza delle cose, era passabile e cresceva come l’erba. Se invece ci pensavo, allora era meglio non essere uno scrittore. Peraltro, ormai era tardi, lo ero diventato, avendo cominciato una carriera di letterato sovietico, gravida di disillusioni. Un circolo vizioso: non si può, non va bene, non è adeguato, non lo consentiranno. A tutt’oggi mi meraviglio che sia stato pubblicato il mio primo libro di racconti (edito da Molodaja Gvardija, 1971), e per di più col titolo Qualcosa non va. Puškin a quell’età aveva già scritto tutto e terminato la sua esistenza terrena. Mi sembrava che il mio libro fosse uscito, ma che non finisse con un punto, come tutti i libri al mondo, bensì con una virgola: all’ultimo momento nell’ultimo racconto il censore cancellò una nuvolona nera che copriva il sole.
Dirò, sulla falsariga di Čechov: un’infanzia normale in quanto tale non l’ho avuta. Mi è toccato costruirla durante l’età adulta in una decina di racconti e nel romanzo satirico Vacanze umane, che venne stampato nel 1974 ma, per ordini superiori, l’intera tiratura del quale cadde sotto la scure. Ora i critici talvolta scrivono che i miei esordi sono stati come scrittore per bambini. Ma anche Twain, Karamzin, Dickens, Tolstoj, Gor’kij, Fielding sono stati per un po’ scrittori per bambini? Infatti anche loro e molti altri hanno trattato dell’infanzia più di una volta. L’infanzia è un tema che interessa tanto un narratore quanto chiunque altro; il resto sulla letteratura per l’infanzia e soprattutto sui classici sovietici è stato composto nell’alveo del reparto agitazione e propaganda del Comitato Centrale dell’URSS.
Se vogliamo parlare delle mie influenze letterarie, non sono state né Turgenev, né Goncarov, né Dostoevskij, né gli autori del Secolo d’Argento, bensì Chesterton, Flaubert, Montpassant, Zola, Mérimée, e più di tutti gli altri Jules Reynard e Sommeset Maugham. In secondo piano capisco di aver subito una forte influenza da parte di Hoffmann. Peraltro, ciò non riguarda solo me: anche Belyj e Bulgakov ne sono rimasti ipnotizzati. I miei modelli di saggezza sono stati Schopenhauer e La Rochefoucauld. Tra i contemporanei della generazione precedente, non Tynjanov e Nabokov come narratori, bensì Tynjanov e Nabokov come critici letterari, mentre come prosatori i miei punti di riferimento sono stati Steinbeck e Maurois. In effetti nell’elenco dei libri pubblicati dall’editrice londinese, Angeli sulla punta di uno spillo in inglese si trova in una compagnia un tantino strana: tra romanzi di Agatha Christie, Kafka e le memorie di Salvador Dalí. Gli scrittori sovietici, con poche eccezioni, mi hanno insegnato come non bisogna scrivere, cosa che, naturalmente, si è rivelata utilissima.
Più importante del fatto che sia stato accettato nell’Unione degli Scrittori nel 1971 si rivelò il fatto che da essa, nel 1977, venni scacciato. Non sono riuscito ad intossicarmi, come diceva Evgenij Švarc, “dell’aria velenosa dell’Unione degli Scrittori”. Inizialmente, una volta accettato, mi sono ritrovato in una compagnia sospetta. Una volta espulso, sono stato aggiunto all’elenco di tutto rispetto degli alienati: Pasternak, Sinjavskij, Solženicyn, Lidija Čukovskaja, Kopelev.
In questo modo divenni un reietto della letteratura russa. Gli autori leali creavano per le editrici sovietiche; io, invece, per il garage, ove scavai una tana, nella quale tenevo una scatola metallica in cui conservavo i manoscritti. Li nascondevo ed ero convinto che, nel corso della mia vita, non sarebbero mai stati stampati. Li davo da leggere ai miei conoscenti e così finirono per diventare samizdat. Nel momento in cui il KGB nell’ennesimo interrogatorio mi comunicò che ero un “ex scrittore” e che era stato avviato un procedimento penale, il mio nome era già nelle liste nere della censura. Io ed i miei amici diffondevamo ovunque i samizdat ed i tamizdat, una volta avevamo a Mosca una biblioteca di manoscritti e di fotocopie che facevo da solo. Ricordo che Bulat Okudžava mi chiese di non dargli più libri clandestini e gli rincresceva che dopo quelle letture non potesse scrivere qualcosa del genere lui (in effetti stava ultimando un libro per il Polizdat).
E ancora raccoglievo e indirizzavo all’estero vari manoscritti: dovevo salvarli dal cadere in mani malvagie. Occasionalmente dei microfilm s’involavano verso Occidente, ove venivano stampati, si moltiplicavano, comparivano in riviste e giornali. In un pacchetto di sigarette spedii in America il mio romanzo Angeli sulla punta di uno spillo. E a tutt’oggi rimangono inediti: le brutte copie, le idee, i ricordi che in parte sfrutto e che su questa base spero ancora di scrivere. Alcuni vecchi brani si ripresentano come parte integrante di nuove idee.
Nello stereotipo dello scrittore sovietico non mi è mai riuscito di eccellere, benché inizialmente non venissi preso per un oppositore attivo delle autorità. L’Unione degli Scrittori in generale a quell’epoca si caratterizzava come un’enorme clinica per aborti. Era un’organizzazione corrotta nella quale non si sosteneva tanto l’ideologia, quanto si sfruttava l’ideologia per spingere in avanti i propri membri. Adesso i segretari di partito, quelli ancora vivi, si sono rassegnati ad essere ignorati, ma allora erano proprio loro a detenere il pacchetto di controllo delle azioni, a decidere chi, a parte loro, sarebbe stato pubblicato e chi bollare col marchio del disonore. Tappavano la bocca, naturalmente, in stretta collaborazione con scudo e spada, a molti autori di talento, non consentendo ai loro libri di venire alla luce. Il tormentato Bulgakov, che non riuscì a perfezionare nel corso della sua vita il proprio romanzo principale, non è affatto un caso isolato.
Ogni pazienza ha un limite. Riporto le parole di un dissidente russo dei primi vent’anni del XIX secolo, un filologo, filosofo e poeta, professore dell’Università di Mosca, Vladimir Pečërin, esule in Occidente. Costui scrisse una lettera in Russia dicendo che aveva deciso di non fare mai più ritorno e che non avrebbe nemmeno restituito i soldi che aveva ricevuto per il viaggio. Nelle sue memorie Giustificazione della mia vita, Pecërin spiega la sua decisione in maniera molto semplice: “Non posso essere professore in Russia perché laggiù quello che ci viene richiesto non è la scienza, bensì le parole, la declamazione, gettare sabbia negli occhi e distinguerci per atteggiamento servile”.
Nel 1977, al termine dell’ennesimo interrogatorio alla Lubjanka, la minaccia che mi rinchiudessero in manicomio o in un lager lasciava solo una speranza: fuggire. In quel tempo tolsero dal calendario teatrale L’insegnante si è innamorato, vietarono di mettere in scena Padre per un’ora. In Lituania, Lettonia, Estonia, Ucraina ancora per qualche tempo vennero stampati i miei racconti ed uscì persino un paio di libri in traduzione. Poi imposero il veto anche laggiù. Invece in Occidente venivano pubblicate le mie memorie Sono nato in fila, Esclusione dello scrittore No. 8552, Le Olimpiadi di Potëmkin, i racconti ed i microromanzi venivano ristampati tante volte, risuonavano alla radio.
Negli anni Settanta e per parte degli anni Ottanta vivevo e scrivevo a Mosca, venivo stampato nel Washington Post e nel New York Times, nel quotidiano svedese Expressen, in russo nel quotidiano Novyj amerikanec di Dovlatov, nel giornale newyorchese Vremja i my, nella rivista Dvadcat’ dva, ma spesso non sapevo nemmeno io dove, dato che quello che avevo diffuso in Occidente si era sparso per il mondo. Io stesso in quel tempo mi recai di nascosto da Mosca in Siberia, sugli Urali, in Crimea, raccogliendo materiale per l’indagine indipendente Agente 001, ovvero l’Assunzione di Pavlik Morozov (1979-1983). Questo lavoro mi occupò per tre pesanti anni e mezzo. Nell’83 il libro uscì come samizdat, poi venne stampato a Londra. Era un libro serio, ma i sogni di un futuro migliore venivano espressi in versi, ad esempio:
Il suo esempio, per altri è scienza,
Ma noi e voi insiem vivremo
Finché un bel dì, un dì vedremo
Nel nostro Paese rinascenza?
Puškin ne soffrì per tutta la vita e ce l’ha lasciato in eredità. Al fine di ricercare la verità celata dalla storia, dopo altri tre anni completai il romanzo-indagine L’esiliato volontario (la prima cronaca di Prigioniero della Russia), inerente ad una nuova interpretazione non ufficiale della vita e della tragedia del principale poeta russo. Egli fu l’apice della cultura, Morozov una voragine senza fondo.
Le autorità si vendicarono, senza fretta. Il gatto giocava col topo. Il gioco si protrasse per dieci anni. Nell’animo ero già fuggito, ma fisicamente ero schiavo del sistema, vivevo senza diritti, senza mezzi di sussistenza, da emarginato. Dieci anni senza essere né lì, ne qui. Dieci anni di esistenza in sospeso. Agognando l’indipendenza, tentando di strappare la rete, di scappare dalla campana, dalla gabbia. Liberazione spirituale in presenza di un’ancor maggiore carenza di libertà a causa dell’ira delle autorità di controllo.
Va da sé che all’epoca non era possibile pianificare una serie di operazioni, ma in quei dieci anni tra cielo e terra accadde qualcosa. A Mosca il teatro clandestino DK (Družnikov – Kramarov), per il quale avevo scritto la commedia Chi è l’ultimo? Io sono dopo di lei e nel quale recitavo assieme a Savelij, un reietto del cinema sovietico. Un comunicato di quell’epoca (dal testo della commedia): “Vi prego di trasferirmi dall’emigrazione interna a quella esterna”. Studio letterario per gli scrittori underground. Un tentativo di creare un’Unione Indipendente degli Scrittori e l’editrice privata Zolotoj Petušok. In Occidente vennero pubblicate lettere aperte. Alla fine lo scandalo della mostra pubblica Dieci anni di cancellazione di uno scrittore dalla letteratura sovietica ed una burrascosa conferenza stampa per i giornalisti stranieri. Ovviamente, si trattava di punture di zanzara nella spessa epidermide di un ippopotamo, ma per i dissidenti è importante, poiché il silenzio è simile alla morte.
Proprio in questo contesto, in qualità di commento ai versi di Nabokov: “Vi sono delle notti: non appena mi corico – Verso la Russia levita il mio letto”, nacque la mia poesia Il letto del Desiderio (anche sul modello di Tennessee Williams):
Appen mi corico, vedo un miracolo:
Dalla Russia il letto via se ne vola…
Ma ecco la sveglia, arrivan gli schifosi.
Alla Lubjanka ancora a riportarmi.
Le autorità sovietiche si comportavano proprio come i terroristi ceceni: barattavano col Congresso degli USA il rilascio di un prigioniero. Nell’estate del 1987 ottantatré parlamentari americani firmarono una lettera a Gorbačëv per chiedere il rilascio di un certo scrittore. Uno di loro, Jerry Sikorski, si recò a Mosca per incontrarsi col presidente sovietico. La mattina seguente il responsabile del Reparto Visti mi telefonò a casa: “Perché tanto baccano? Nessuno la trattiene, se ne vada dove vuole!” Mi hanno dato i visti ma mi hanno privato della cittadinanza, rendendomi apolide. Mi avrebbero privato anche del luogo di nascita, tracciandoci sopra un tratto di penna, ma non sapevano dove farlo: mi avevano già ritirato il passaporto. Partii con mia moglie e mio figlio, circondato da un anello di piedipiatti. Mia figlia, rimasta a Mosca, disse: “Papà ha finito di essere un dissidente”.
L’assurdità di cui leggo nella critica è che io sia uno scrittore degli anni Sessanta. Probabilmente sono cresciuto negli anni Sessanta, ma non mi merito questa etichetta. A quell’epoca ho cominciato e basta. Alla fine degli anni Sessanta ho scritto i primi microromanzi, ho cominciato a scrivere Angeli sulla punta di uno spillo. Negli anni Settanta ho stampato molto. I miei libri principali sono usciti a Londra e a New York negli anni Ottanta e molte edizioni in Russia si sono avute solo dopo la caduta del sistema, a partire dal 1991. A quale decennio devo essere ascritto?
Terzo avvitamento,
ovvero l’Arcobaleno in inverno in Texas
E così fu che la spirale della mia vita nel 1987 si spaccò in due. Fondamentalmente, mi attendeva una rinascita in Occidente. A chi non è emigrato è difficile spiegare, gli emigranti capiscono senza bisogno di commenti la difficoltà di ambientarsi in un nuovo ambiente. L’automobile entrò in autobahn, accelerò, andò in onda un programma in diretta. A Vienna interviste per radio e televisione, articoli per i giornali, correzione di bozze per Londra, considerazioni su dove stabilirci, in Germania o in America.
Ricevemmo inviti da parte di tre università americane e, giunti a Roma per sbrigare le pratiche burocratiche per i visti, mia moglie ed io scegliemmo una provincia remota. Il Texas afoso come la brace e l’Università di Austin, capitale dello stato, dove la gente attorno a noi è affabile e gioiosa, ci sembrava un paradiso nel quale, tuttavia, bisognava lavorare tanto e sodo. Un corso di lezioni di letteratura inglese, un altro di letteratura slava. Seguirono interviste, inviti a parlare in altre università, in club letterari e alla radio. Saltando avanti, dirò che negli anni in cui ho vissuto negli USA ho girato per tenere discorsi trenta città americane, da Los Angeles a Boston, e due decine di stati.
Nel 1988 dall’Università del Texas mi trasferii in quella della California, ubicata nella cittadina di Davis, contigua alla capitale dello stato, Sacramento. In questo modo proprio Davis divenne la mia dimora stabile in Occidente, la mia bottega, se volete, la mia seconda patria. E difficilmente ne avrò una terza.
Nei primi anni la glasnost’ in Russia non mi riguardò. Ormai molte delle cose proibite venivano pubblicate e i miei amici a Mosca venivano convocati per essere interrogati, per chiarire quali fossero i loro rapporti con questo traditore della patria. Cominciarono a ristampare Agente 001 alcuni coraggiosi editori in Polonia, Lettonia ed Estonia. L’editrice semiclandestina di Varsavia Zebra fece uscire un libro in polacco e l’editore, mancando il denaro sonante, propose di inviare al posto del compenso dei libri russi che in Polonia erano diventati poco popolari. Gli invii, pieni zeppi di classici, si sono protratti per sei mesi e hanno significativamente ripristinato la mia biblioteca saccheggiata.
Mi toccò lavorare molto per le radio Liberty, Voice of America, BBC. D’estate, mentre vivevo a New York, ho letto per intero al microfono Agente 001, capitolo dopo capitolo. In Unione Sovietica sollevò uno scandalo. I giornali gettavano fango sull’autore per essere stato il primo a raccontare la verità sul sacro pioniere Pavlik Morozov, che in effetti non era stato un pioniere e che venne ucciso dai cechisti. A Mosca venne istituita una commissione governativa per smentire il libro (1989-90). La stampa scriveva che si apprestavano a trascinarmi davanti al giudice per avere offeso l’onore di un eroe nazionale, ma il colosso ideologico crollò.
Più volte tentarono di pubblicare Angeli sulla punta di uno spillo in Unione Sovietica durante il periodo della glasnost’, ma ci fu sempre qualcuno che pestava sul freno. L’autore rimaneva una persona non-grata. Nel luglio del ’91, quasi presagendo il putsch di agosto, tentai di recarmi a Mosca. Tirarono a lungo per emettere il visto di ingresso, che poi non mi concessero. In questo modo diventai un reietto per la seconda volta. Poi, súbito dopo il crollo dell’impero, Angeli sulla punta di uno spillo venne ripubblicato in grande tiratura dall’editrice Kul’tura.
Venivano pubblicati i saggi che scrivevo in Texas per vari giornali e riviste, nonché i “copioni” per la redazione di Monaco di Svoboda. In séguito tutti questi, assieme ai racconti, alle poesie ed alle parodie, sono stati riuniti nel libro Sono nato in fila, una raccolta sui generis di considerazioni serie e facete sulla vita di uno scrittore in due Paesi divisi da due oceani.
Almeno tre anni ci sono voluti in America perché il letterato russo si sentisse pienamente americano: libertà di pensiero, realizzazione dei progetti, uscita dei libri che cominciavano gradualmente a ripubblicare nella nuova Russa, discorsi in tutto il mondo. In quel tempo nel Nuovo Mondo ho fatto più di quanto avessi fatto in tutta la mia precedente vita, perché nessuno mi metteva i bastoni tra le ruote. In inglese la parola writer (scrittore) indica qualsiasi individuo che scriva, lo scrittore a cui pubblicano i libri è detto invece author (autore). A quel tempo la mia epigrafe consisteva nelle parole di Thomas Mann, che era vissuto da emigrato non lontano da me, in California: “Wo ich bin, ist der deutsche Geist” (“Dove sono io, lì c’è la cultura tedesca”). Sostituii solamente la parola “tedesca” con “russa”.
Nel ’92, rispolverando il passato, mi ritrovai a fare l’attore: recitai nel film americano Prisoner of Time (“Prigioniero del tempo”) del regista americano Mark Levinson, in cui interpretavo lo scrittore russo emigrato Daniil. Il film, piuttosto divertente, che raccontava il destino degli intellettuali russi emigrati negli USA, proiettato al festival cinematografico di Mosca, fu accolto con entusiasmo dai miei amici, ma non ricevette alcun premio.
Quarto avvitamento,
ovvero la Dissidenza come sostanza della letteratura
Dopo esservi fuggito, tornai a Mosca per la prima volta soltanto nel marzo del 1993. La tragedia di uno scrittore russo emigrato, dicevo in Russia alla stampa e alla radio, è un’invenzione bella e buona dei nazionalisti. L’emigrazione e una lunga permanenza all’estero per uno scrittore sono estremamente utili e per me semplicemente indispensabili per garantire che non venga condizionato, autonomia di giudizio ed una visione d’insieme, si riflettono positivamente nella letteratura. Tjutčev, Gogol’, Turgenev, Herzen, Dostoevskij, Bunin, Zamjatin, Nabokov e molti altri hanno lavorato proficuamente al di fuori della propria patria. L’esempio dei classici è educativo.
I miei romanzi su Puškin (tutte e tre le cronache di Prigioniero della Russia, che sono state scritte in maniera discontinua nell’arco di vent’anni), sono potuti venire alla luce in America. Per la prima volta nella storia degli studi su Puškin, la trilogia guarda l’intera vita del grande poeta russo come un eterno dissidente, un emigrato nell’animo, come dimostrazione della secolare schiavitù della letteratura russa. Puškin non si è realizzato fino in fondo ed è perito presto (nella mia versione, si è suicidato) proprio perché per tutta la vita è stato in catene senza che gli venisse concesso vedere l’Europa.
Sebbene Prigioniero della Russia adesso venga pubblicato anche in Russia, persino dopo tutti i cambiamenti i critici più ortodossi sono pronti a mettere al rogo l’autore della trilogia. Mi incolpano di profanare l’ultimo sacrario russo, l’unico ad essere rimasto intonso. In America questo genere, ormai popolare, si chiama “biografia psicologica”. In Prigioniero della Russia il grado di attendibilità storica è quello della critica letteraria, ma lo stile è quello del romanzo storico. Essendomi occupato di Puškin per mezzo secolo, sostengo che il mio Puškin sia più vivo e più vicino alla realtà storica di un poeta oggetto di venerazione, modellato a piacimento di chi detiene il potere.
Contemporaneamente era logico indagare con attenzione le leggende che hanno sfornato in gran numero in mezzo secolo, non soltanto relativamente al grande poeta, ma anche a sua moglie, alla sua bambinaia, a tutti coloro che amava e odiava, agli altri scrittori russi. Ne sono derivati due libri polemici, Miti russi (1995) e Duello coi puškinisti (2002). Le ingiuriose recensioni dei puškinisti ufficiali russi nelle loro opere fortemente ideologizzate non hanno alcun significato. È più interessante che adesso si approprino del senso dei miei libri per trasferirlo ai loro: un indiscutibile progresso dello studio di Puškin in Russia. In generale, si può dire che tutta la mia vita letteraria sia un duello, e non soltanto coi puškinisti.
È stato un bene che non abbia avuto successo come sovietico. Ciò mi ha liberato dal conformismo, dall’influenza delle opinioni interferenti, dallo spirito corporativo degli incontri letterari moscoviti. Proprio la California si è dimostrata il luogo in cui hanno preso corpo i miei progetti vecchi e nuovi.
Un nuovo genere, che ho battezzato “microromanzo”, si è fatto strada a fatica. In Russia i redattori delle riviste l’hanno modificato in “racconto”, benché in America e in séguito nella mia prima patria fossero già usciti alcuni libri di microromanzi. E la critica letteraria polacca vede nei saggi letterari un’unità artistica coi microromanzi, ritenendo che in essi siano evidenti il soggetto, la natura aforistica, l’umorismo e la satira, come nella prosa. Fa piacere che adesso non sia più solo: anche altri autori si dedicano al microromanzo.
Alle radici della letteratura russa alla fine del XVII secolo, quando nella Rus’ il polacco era quasi lingua madre, si usava la parola facecija, di origine latina. La facecija è un breve racconto umoristico. La facecija ha generato un equivalente russo, che si chiamava “racconto ridicolo”. Non divertente, ma proprio ridicolo, c’è una differenza sostanziale! La parola “racconto” non dovrebbe essere confusa col suo significato più moderno. All’epoca veniva chiamato racconto qualsiasi testo artistico messo su carta. Alcuni dei miei microromanzi, in un certo senso, sono brevi racconti ridicoli.
Suona bene la parola facecija. E oggi leggere la maggior parte della prosa, se priva di satira, canzonatura, derisione, ironia, umorismo (che il soggetto sia russo o americano) è una noia. La narrazione satirica, il grottesco, il “racconto ridicolo” continuano nel romanzo sull’America, sugli americani, sui messicani e sugli emigranti russi terminato nel 2002. Si chiama Superdonna, ovvero una Corona d’oro per la mia girl friend.
Quando i teorici della letteratura discutono le problematiche del romanzo moderno (sputando sentenze sciocche sul suo declino e persino sulla sua morte), si sentono varie definizioni, tra cui: “Il romanzo è tutto”. Questo approccio è discutibile per la sua vaghezza. In ogni caso, secondo me il romanzo non è un corpo amorfo, bensì, per lo meno, quando lo scrivo io, una solida figura topologica.
Elaborando un nuovo progetto, creo un ipertesto (un sistema di connessioni coi sottotesti) sotto forma di costruzione geometrica iperbolica. Visivamente si presenta come la spirale di Moebius: un nastro le cui estremità si uniscono, essendo curvo a metà, ad anello. Lo sviluppo dell’azione avviene lungo il nastro. Inevitabilmente si fa ritorno all’inizio, ma sulla superficie opposta. Se si tagliasse longitudinalmente questo nastro, non si dividerebbe in due nastri, bensì si allungherebbe e, di conseguenza, si otterrebbe una doppia contorsione, pertanto la trama diventerebbe ancora più ingarbugliata.
Si potrebbe dire che nel processo di scrittura il mio romanzo è un lungo movimento per un nastro iperbolico fino a raggiungere l’unione col lato opposto: pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo. Per esempio, diciamo che il romanzo, in formato cartacea, consti in 220 pagine. Le dimensioni di una pagina sono di 16 centimetri, ovvero la lunghezza del romanzo è di circa 35 metri di scrittura sotto forma di spirale di Moebius. Ovviamente, si tratta solamente di una divertente metafora del processo di elaborazione del romanzo.
In buona sostanza, il testo dipende dal talento, dalle forze profuse e dalla fortuna. Il nastro di Moebius conduce il soggetto, definisce gli elementi inaspettati nello sviluppo dei personaggi che ritornano all’inizio con una variazione imprevedibile. In una qualche fase l’autore rovescia il progetto ma, in fin dei conti, una volta percorso un giro cieco, ritorna da dove era cominciato. Se non si è ribaltato per la strada. Il mio moebiusismo come nuovo approccio è la contrapposizione ad una fiacca, indeterminata prosa postmoderna priva di trama. E in questo senso, l’autobiografia è proprio quel nastro contorto alla Moebius ed io, ne consegue, sono un moebiusista.
Ad una certa età uno scrittore deve vedere il suo soffitto e le sue pareti. Io mi sono formato tardi e ritengo che ciò sia un bene, poiché la prosa richiede, a parte sacrificarsi, anche esperienza di vita vissuta. Io di queste esperienze ne ho accumulate tre: quella sovietica, quella antisovietica e quella americana, che convivono tra loro in maniera quasi armonica. Tuttavia, da qualche parte nel mezzo degli anni Novanta un necessario scetticismo, sfociante nel cinismo, riguardo al quale non potevo farci niente, cominciò a manifestarsi nel Nuovo Mondo, ora su base occidentale.
Una nuova critica, con tutte le meraviglie della libertà nel paese più democratico del mondo, o forse proprio per questo. La ricerca di punti deboli nel sistema, di falle nei valori universali, se volete, anticonformismo genetico che ora si manifesta anche nell’analisi del continente Americano, e in generale dell’Occidente, satira e grottesco globali, facecija. Rilevo che la seconda vampata di dissidenza avviene, come una seconda gravidanza, in maniera più lieve e tranquilla: la precedente esperienza aiuta.
Qualcuno mi conduce per la spirale della vita, benché non in maniera diretta. “Mi sono persa tra le generazioni”, scriveva una nota poetessa. Anch’io per poco non mi sono perso, ma poi mi sono ritrovato. Qualcuno comunque non mi ha ucciso, ha avuto la possibilità di farlo tante volte. Da giovane stavo per annegare; mi hanno rianimato. Da adolescente sono finito sotto a un tram, ma non mi ha nemmeno tranciato le gambe. Non mi sono mai ammazzato in macchina, benché ci siano stati momenti mortali varie volte in vari paesi. C’è stato un incendio in aereo, ma l’aereo è riuscito ad atterrare. Per dieci anni ho convissuto col rischio che i valorosi servizi segreti mi avrebbero arrestato oppure ucciso con una bottiglia nell’androne di casa. Ma sono sopravvissuto e me ne sono andato. Chi mi ha concesso la possibilità, nonostante tutto, di esistere, di realizzarmi? Dio? Il destino? Il caso?
Dopo l’uscita di Angeli sulla punta di uno spillo in inglese a Londra, sono stato invitato a parlare davanti ai lettori nella città di Davis, in California, dove vivo. Ho raccontato della Russia, dei fatti che avvengono nel romanzo, degli alti e bassi del destino. Evidentemente il romanzo ha avuto un certo impatto emotivo: anche se è passato un quarto di secolo da quando il romanzo è stato scritto, quello che ho passato non è stato dimenticato. Alla fine, come sempre in simili circostanze, mi sono venute attorno alcune persone che avevano un nugolo di domande da fare. Tra loro una giovane donna incinta, come scoprii, era la nipote di un’emigrata russa. Suo padre, di nazionalità ceca, allo scoppio della Primavera di Praga partì per la sua patria, ove venne schiacciato da un carro armato sovietico. “Abbiamo chiamato mio figlio Jaroslav in onore del nonno morto”, disse e si vantò di aver letto Angeli sulla punta di uno spillo due volte, in russo ed in inglese. Mi pose delle domande sui dettagli, insieme abbiamo anche discusso un po’ sulla qualità della traduzione.
Un mese o un mese e mezzo più tardi, per posta ricevetti una cartolina da quella stessa lettrice. Mi scrisse che aveva partorito e che lei e suo marito avevano deciso di dare al bambino il mio nome. Lo considero il migliore premio letterario che possa ricevere uno scrittore: adesso in America vive una bambina di nome Jurij.
Tirando le conclusioni, rilevo che sono nato sotto il segno dell’Ariete. Secondo il calendario astrologico, questo primo segno dello Zodiaco si batte per la giustizia, contribuisce ad accendere i sentimenti, inoltre simboleggia il rifiuto delle vecchie tradizioni e la ricerca di una nuova strada. La luna in Ariete risveglia la propensione per la creazione, ma il 17 aprile il Quadrato del Sole in Nettuno provoca autoillusione, speranze mal riposte e delusione.
Gli astrologi dicono che gli Arieti sono idealisti che tentano di introdurre una scintilla di raziocinio nella propria vita quotidiana. Se crediamo a Descartes, devo controllare la mia storia personale (non sono sicuro di esserci riuscito). Gli arieti sono in grado di capire la poesia ed inclini all’istruzione. Nel mio oroscopo l’asteroide Cerere, il più grande tra i piccoli pianeti, stimola un modus operandi indipendente, inobbedienza, eresia. In un calendario astrologico si dice: “La luna in Ariete porta senso dell’umorismo, cosa che può orientare verso la satira”. Mi guardo dal commentare tutte queste informazioni.
Sono riuscito a pubblicare poco in epoca sovietica, e tutto ciò che è stato stampato è stato contorto, tagliato, deformato da redattori e censori. Per questo non posso ritenere mio nessun testo tra quelli pubblicati allora a mio nome e sono categoricamente contrario a ristampe arbitrarie. Sui diritti dell’autore, non dei redattori o dei critici letterari, di decidere che cosa dare alla luce e cosa no, ho scritto varie volte. Anche i testi che sono comparsi dopo la caduta della censura talvolta vengono rifatti spontaneamente per la stampa.
Una pubblicazione, che sia a mezzo stampa o su Internet, è qualcosa di temporaneo che fa conoscere al lettore una certa cosa. Di assoluto c’è solo l’ultimo manoscritto di un autore. La prosa richiede lunghe ponderazioni ed una continua, attenta limatura dei dettagli. Per questo non smetto mai di lavorare ai miei testi, correggendo gli errori, precisando, migliorando i testi di edizione in edizione. È vero che quest’opera si conclude con la morte dell’autore.
Un autore crea vera letteratura se ricava piacere dal processo, non scrive “per” qualcuno, bensì esclusivamente per sé stesso. Questo pensiero nell’intervista che ho rilasciato al quotidiano di Mosca Literaturnaja gazeta, già in epoca nuova, è stato tagliato. Tra l’altro, l’idea dello scrittore devoto al servizio dello stato (sostituendo chi comanda passando da “patria” a “popolo”) era una delle più false e uccideva la letteratura russa. Mi sento vicino al pensiero di Jules Renard nel suo Diario: “I miei libri sono come lettere a me stesso che consento ad altri di leggere”. Che cosa significa “a me stesso”? Faccio un’altra citazione da Thomas Mann: “Ci sembra di esprimere solo noi stessi, e invece va a finire che da un rapporto profondo, da una comunanza istintiva con ciò che ci circonda, abbiamo creato qualcosa di sovrappersonale. Ecco, questa cosa sovrappersonale è quanto di meglio sia contenuto nella nostra opera”.
Non parlo quasi mai dei progetti, cosa di cui i lettori amano domandare. Se cominci a raccontare, il contenuto si trasforma in improvvisazione, sfugge via, scrivere perde di interesse, come se l’avessi già scritto. L’autore, a suo modo, è un attore, solo recita immediatamente alcuni, poi molti ruoli dei suoi protagonisti, ed il romanzo in questo senso è un teatro di un solo attore, una scena in cui il sipario è calato e nella platea non c’è nessuno. Poi, quando il libro viene scritto e stampato, è un teatro a casa del lettore, in cui ogni rappresentazione dell’autore è per un solo spettatore. Inoltre, così come esiste la magia della scena, ha luogo anche la magia della lettura.
Scrivo con lentezza, talvolta in ritardo di anni. Un romanzo può prendere le mosse da un breve racconto che gradualmente si ingrossa come una palla di neve: di giorno in giorno vengono aggiunti una volta un capitolo, una volta un capoverso, una volta una frase, una volta una sola parola. Gradualmente venti pagine si trasformano in duecento. Alla fine viene il momento in cui non c’è più nulla da aggiungere oppure qualunque aggiunta diviene superflua ed è meglio cancellarla. Questo è il finale e si può passare, come dicono gli americani, al progetto successivo.
“Ho la sensazione” osservò un mio amico “di vivere in brutta copia, facendo conto sul fatto che poi verrà un’altra vita. Allora correggerò le sciocchezze della brutta copia e vivrò in bella”. Una mentalità interessante. Ma io non nutro questa speranza. Mi sforzo di fare il massimo oggi. Cerco di ovviare adesso ai peccati di gioventù, alla stupidità e alla superficialità, poiché non c’è precedente che testimoni l’esistenza di un’altra vita di riserva.
2003, Davis, California.
Prima pubblicazione: “Scrittori russi all’estero dell’inizio del XXI secolo”. Frankfurt, 204, pp.140-157.
Traduzione di Nicola Nobili